27.11.09

caffè e maionese.


caro eroinomane, non lo so bene come funziona con l’eroina, ma la mattina dopo che ti sei fatto una sauna non ti svegli manco a cannonate. passi una notte di un sonno profondo profondo che non sogni niente perchè non c’hai la forza manco per fare quello. devi dormire. e i tuoi muscoli sono talmente rilassati che poi quando le cannonate arrivano veramente la mattina alle otto le tue orecchie le sentono ma i tuoi muscoli proprio non se ne fottono. e poi le sente anche il tuo cervello, caro eroinomane, e le traduce pure perchè sono in un’altra lingua, e nel mio caso la traduzione arriva tardi, arrivano prima queste parole incomprensibili, arrivano piano piano, soffici soffici, tutte sfocate. e poi uno dei cannonieri mi scuote fisicamente e si attiva pure la parte che traduce e finalmente sento roberto sei il ragazzo più lento del mondo. allora chiamo a raccolta tutte le mie energie che sono due (giusto per fare il plurale, perchè in realtà era una sola e pure gracilina) e mi alzo e non ci capisco niente e allora vado al piano di sotto a fare colazione e gli altri mi seguono e mi precedono.
in lettonia ho assolutamente messo da parte la dieta vegetariana. è troppo difficile. oltre che estremamente stupido rinunciare a mangiarsi un cervo. insomma mi piace entrare a contatto il più possibile con la cultura culinaria di un luogo. non perdersi niente. ma io la mattina alle otto maionese e caffè assieme proprio non li tollero. non ce la posso fare. e questi altri sotto con pani imburrati, formaggi della sera prima, salsicce di facocero e soprattutto karums, cioè una sorta di formaggini con attorno uno strato di cioccolata che me li hanno fatti provare entusiasti il primo giorno. e pure io ero entusiasta. e il sapore è buono. solo che è come addentare un tocco di mascarpone. però meno leggero. insomma mi bevo un caffè e mi faccio pane e marmellata. un poco finalmente mi arripiglio e le mie energie si moltiplicano, pronte per la giornata che viene.
janis e compagnia bella hanno intenzione di fare geocaching. è una specie di gioco, ma loro lo chiamano sport, che quando me l’hanno raccontato ho detto ah bello, come si fa con i neonati. in pratica tramite un navigatore gps e alcune fugaci istruzioni che puoi trovare online devi arrivare in un determinato punto del pianeta, che può essere interessante per qualunque motivo (in realtà può anche non esserlo) e lì trovi una scatoletta con una sorta di tesoro la cui parte principale è un bloc notes e una matita dove scrivere il tuo nome. generalmente queste scatolette sono ben nascoste e non è facile trovarle. possono essere ovunque, in mezzo al bosco, in una casa abbandonata, su un belvedere, vicino ad un museo in città, oppure in un vecchio hangar sotterraneo mezzo allagato per il lancio di missili sovietici a lungo raggio (fichissimo, ho visto le foto), ovunque. insomma all’inizio ero scettico, ma poi ho deciso che questo sarà il mio nuovo chiodo fisso per quando recupero la toyota. troppo bello. cioè tu segui questo gps e ti vai a sperdere con la macchina (fin dove ce la fai, poi a piedi) nei posti più assurdi dove qualche altro fulminato è andato a nascondere il traguardo prima di te e ha messo le coordinate su internet.
la zona nord di liepaja si chiama karosta ed è un quartiere che durante l’occupazione sovietica era totalmente precluso alla popolazione civile. ci stavano i militari. abbiamo cominciato la giornata da quell’area lì, sulla costa. paesaggi della madonna. prima guidi con la macchina in tutti questi boschi fino ad arrivare quasi alla fine degli alberi, poi ti fermi che c’è troppo fango e vai a piedi e arrivi a queste spiagge enormi di sabbia di scogli e di alberi dietro. e sembra di stare in normandia dopo lo sbarco: decine di costruzioni militari abbandonate e preda delle onde baltiche che si sono mangiate le fondamenta e tutto è piegato verso il mare. e l’accesso è difficile e buio e tirano fuori le luci che si mettono in testa e dentro si scivola e non si è capito come diavolo ci siamo finiti lì che siamo cinque persone a cinque chilometri dal più vicino essere umano e a sessantanni dal 2009. non ci resta che piangere. ma è bellissimo e ridiamo. tutto non è così pericoloso e arduo come dovrebbe essere. alla fine troviamo questa scatoletta e uscire è anche più difficile che entrare e ritorniamo alla macchina che sta in mezzo a tutti questi alberi bruciati dal mare e dal vento e io penso che finalmente ho una ragione valida e inattaccabile per comprare la panda 4x4.

25.11.09

forse sono gay.


liepaja è una ridente cittadina sulla costa occidentale lettone. si affaccia sul mar baltico, sente freddo e torna dentro. ci siamo arrivati ieri sera dopo un viaggio di più di tre ore in macchina. siamo ospiti di amici di famiglia di oskars (con la s. ma almeno prima della s c’è oskar e non jani) che in realtà nessuno conosce a parte lui, quindi manco mi sento troppo a disagio. appena arriviamo cena a tavola, che naturalmente è molto più a buffet di quello che ci si aspetti. un sacco di roba ma te la prendi tu, passami quello, quell’altro, tieni questo qua. questi amici di famiglia c’hanno una bella casa, se la passano bene, e l’atmosfera è strana. cioè la cena da un lato sembra tutta abbottonata, perchè evidentemente nessuno conosce nessuno, dall’altro ha degli aspetti di informalità che non capisco. cioè già il fatto che oskars chiede a questi amici dei suoi genitori di ospitarci per un giorno e questi non solo ci ospitano ma ci mettono a disposizione tutti i benefici che può offrire una casa del genere (tra un pò ci arrivo...), ma in più tutti gli atteggiamenti reciproci sono così strani che ci faccio la figura di merda più grossa del baltico. almeno in questo viaggio. a tavola mangiamo e i ragazzi aprono le birre che avevamo comprato poco prima. ognuno la sua. penso che cosa strana, siamo ospiti evvabbè che non approfittiamo, ma pare proprio brutto che uno si apre la birra individuale e non dice niente a nessuno. nonostante le perplessità prendo pure io la birra mia e vedo che in questo clima amichevole la gente usa aprire le bottiglie col proprio accendino, ad esempio. che informalità, mi piacciono queste cene. spizzicare, ascoltare la gente che parla lettone e aprire le birre come capita. adesso pure io apro la mia, non ho un accendino sotto mano, poco male, faccio col retro della forchetta. a quel punto janis mi guarda con una faccia che non dimenticherò mai. un pò rideva e un pò imprecava. del tipo che cazzo stai facendo? incredulo. la faccia era la stessa di quella che avrebbe fatto se avessi iniziato a orinare sul divano. a quel punto mi guardano anche gli altri perplessi e io un pò mi emoziono e la birra esce tutta fuori perchè era agitata. a coronare un momento di gloria. e tutto, come nelle migliori figure di merda si svolge al rallentatore, in modo che te lo godi meglio. rido perchè la situazione è incredibile. dopo che la gente si apre le birre che si è portato da casa con l’accendino, ad una cena piena di roba ma dove non esiste un tovagliolo. nel senso che non li comprano proprio, forse manco li vendono, e perciò la gente è costretta a pulirsi la bocca con la mano. in una cena dove per fare il carino dico che è tutto squisito e ringrazio e il grazie lo prendono quasi per un insulto, dove tutti parlano dei cazzi propri senza preoccuparsi nemmeno di sapere chi è quel terrone lì di fianco, in una cena del genere tutti si fermano un attimo, ricordandosi improvvisamente di essere perbenisti, per inorridire di fronte allo stesso terrone che stava solamente aprendo una birra che nemmeno voleva, ma non c’era nient’altro da bere a tavola. manco un bicchiere d’acqua. cazzo.
il fatto è che tutto ciò mi fa troppo ridere, perchè io in fondo non c’ho capito niente fino alla fine. fatto sta che dopo una cena abbondante, anche se mi sento di dire un pò breve (siamo stati a tavola non più di un quarto d’ora), ci fanno accomodare in una sorta di dependance. divani, camino spento, tavolini, ancora cibo, ancora birre, freccette, giuochi vari, sauna adiacente. sauna adiacente? sì sì si sta riscaldando...
e mentre stravaccato sul divanetto della depandance degli amici di famiglia di oskars mi sollazzo con tutta una serie di stuzzichini e tre diverse birre locali penso che tutto sommato io qui ci sono venuto per lavorare. e se è vero che non sono molto soddisfatto riguardo a quello che sto facendo dal punto di vista fotografico, è pur vero che dei lati positivi in questa esperienza ci sono comunque.
e poi ce la sauna che sono novanta gradi e la cosa è che dentro non si respira. però è bellissimo e sono nudo e poi oskars butta l’acqua sulle pietre e fa immediatamente più caldo ancora e la cosa divertente è che io non sudo. cioè sudo molto poco paragonato ai litri di sali minerali e tossine che vengono fuori dalla pelle dei miei amici. conveniamo tutti che visto che sono terrone sopporto meglio il caldo. e poi oskars mi dice stenditi che ti frusto. e io ero nudo e rido perchè le battute con allusioni sessuali fanno sempre ridere, soprattutto tra maschi un pò alticci. e nudi. e pure lui ride e poi dice stenditi sulla pancia e tira fuori da un angolo una specie di mazzo di fiori senza fiori e pieno di foglie di un albero lettone. lo bagna e lo passa sulle pietre, poi si gira e mi dice ancora qua stai? muoviti! io mi muovo e inizia questa cosa sadica che consiste letteralmente nel percuotere il dorso di un uomo adulto, nel caso specifico io, con un fascio di frasche baltiche preriscaldate. una cosa vera mente di dubbio gusto. vagamente omosessuale e contraria al buon costume. tutto sommato evitabile perchè non strettamente necessaria. una cosa imbarazzante e un pò dolorosa. una cosa bellissima. meravigliosa e piacevole. che ti senti tutto questo bosco sopra la schiena che ti rinfresca e ti riscalda allo stesso tempo e pensi forse è effettivamente un pò da gay, ma ti piace. forse sono gay che sto così rilassato in compagnia di uomini nudi e sudati che mi frustano. forse sono gay che non provo vergogna nemmeno a farlo a mia volta. forse è colpa della temperatura alta, che sudi e ti disinibisci. forse non sono sempre gay. forse sono un gay solo con un caldo del genere. sono un gay a novanta gradi. no, direi di no. che brutta immagine...
e quando esco fuori dicono che mi devo fare una doccia fredda, ma io c’ho paura. potrei morirne. però me la faccio uguale che non voglio morire a novantanni di fronte alla televisione nel buio. e quando ti fai la doccia fredda oppure esci nudo che fuori ci sono tre gradi (testato la volta dopo...) è come l’eroina. credo. il bacio di dio. mille lame di piacere che ti attraversano il corpo. eroinomani, fatevi le saune che al limite morite di pressione bassa. e fa bene anche alla pelle.

23.11.09

nuovo post!


un post inaspettato per far sorridere un paio di persone...

22.11.09

tirare a campare.


quando torno al mercato quello grande vado dritto al negozio di dimitri. mi avvicino solamente e sento una voce da dentro che urla amichevolmente il mio nome. roberto! vodka! e io ripeto vodka... sia chiaro non è ubriaco perchè è domenica e dice che ha esagerato i giorni prima quindi adesso non beve. è solo ospitale. e assieme alla vodka mi porta pure degli spicchi di mandarino e un cioccolatino. e poi mi chiede che vuoi? e parla inglese molto peggio dell’altra volta, anzi parla quasi solo russo, ogni tanto inglese e gesti e soprattutto disegni. forse questo fine settimana ha davvero esagerato con la vodka...
gli dico che passavo di lì e volevo salutarlo e che poi ero andato al mercato perchè cercavo un cappello tipo di pelliccia, tipo colbacco, che lo devo regalare. lui fa il solito disegnino di sicurezza dopo di che diventa tutto serio che quasi mi spavento e dice seguimi. evidentemente quella è la sua faccia da affari. insomma andiamo da un amico suo che però è chiuso e che mi avrebbe fatto il prezzo migliore del mercato e poi lo seguo in altre bancarelle dove mi propongono questi cappelloni che poi in realtà nemmeno mi piacciono tanto per prezzi tutto sommato alti. ok è sempre un cappello di pelliccia, ma io sto pur sempre nel retro mercato di riga. non fa niente, ci devo pensare, forse costa troppo, non è per me, magari non piace, ok gli faccio una foto e torno domani, ok sicuramente. e me ne torno al negozio di utensili e materiali di dimitri dove entra un sacco di gente, più o meno lo conoscono tutti e ci mettiamo un pò a chiacchiera (si fa per dire).
dopo poco tra gli altri entra uno con una busta e dimitri mi dice che quel tizio mi vuole vendere un cappello come lo voglio io. controllo ed è tipo quello che cercavo. dice che vuole 3 lats. meno di 5 euro. riguardo il cappello per vedere se è sporco di sangue ma è limpido, come nuovo. peccato che è piccolo, cioè a me non mi entra nemmeno per sbaglio, però 3 lats... al limite me lo rivendo su ebay. affare fatto. cinque minuti dopo dimitri risponde al telefono e c’è uno che mi vuole vendere dei jeans a dieci euro, però lui stesso dice no. dimitri c’ha la faccia da sempliciotto, ma è un signore. e poi onestamente di jeans ce ne ho pure troppi, fossero sigarette... ma certo, roberto, my firend! sigarette russe, winston light, 10 lats 10 pacchi... torna domani ti accompagno io... signore un corno.
la cosa divertente è che tutta sta gente che entra e che esce, i clienti intendo, non quelli che cercano di vendermi la figlia strabica, tutta sta gente non compra mai niente, entra, saluta, chiacchiera, sorride, mangia cioccolatini e il povero dimitri tira a campare. allora dopo un pò che stavo lì e stringevo mani e facevo qualche foto, mosso a compassione e carico di gratitudine per l’ospitalità e il cappello stretto ma economico, mi giro sorpreso verso uno scaffale e dico con la voce piena di interesse dimitri dimitri! che cel’hai uno di questi più piccolo? e indico una lima per affilare i coltelli. è esattamente identica a una che ho già, anzi in realtà ce ne ho due. ma faccio quello che finalmente ne ha trovata una nella sua vita e come avrei potuto fare senza una lima per coltelli in lettonia. lui mi guarda e dice perchè una più piccola? questa è perfetta, la migliore di tutte, se ti serve più piccola la puoi sempre spezzare. allora mi hai convinto dimitri, se quella lì è la migliore di tutte me la compro. ottanta centesimi e venti te li regalo che qui sono ricco.
e tutti vissero felici e contenti.

pigiama.


quando devo fumare funziona generalmente così. vado all’ingresso mi metto le scarpe e il giubbotto, controllo se c’ho tutto mentre mi affaccio nella stanza di fronte dove c’è il fratello di janis di cui non ricordo il nome (perchè non si chiama janis). gli sorrido e dico che scendo giù a fumarmi una sigaretta. e lui con elegante fare lettone mi sorride e non dice niente ma dalla faccia sembra voler dire “e sti cazzi?”. qui la gente quando esce di casa nessuno lo sa. non si avvertono. ti ritrovi solo tutto d’un tratto e non sai perchè. quasi ci rimani male. in ogni caso sti cazzi. esco sul pianerottolo e mi infilo le cuffie e scelgo la canzone della sigaretta, solitamente una cosa tranquilla e quando arrivo al portone la faccio partire. esco fuori che mi aspetto sempre meno freddo di quello che fa e passo cinque minuti così, senza fare niente, nel bel mezzo di riga. la strada è centralissima e generalmente ci passa un sacco di gente. e non sento niente a parte einaudi o max gazzè o i tortoise ed è bellissimo perchè sono completamente fuori contesto. riga non è assolutamente una città caotica, sicuramente non è caotica per quello che lo intendo io. non mi sembra frenetica, ma comunque di fronte a barona iela 11 di gente ce ne passa un sacco per andare a fare le cose da un’altra parte. magari lì a fianco. e sono due giorni che per me non cambia niente, solo la musica. è una routine bellissima. tutto il mondo cambia attorno però. esco dal portone sempre con lo stesso giubbotto, gli stessi vestiti, la stesse sigarette e passo fuori sempre gli stessi cinque minuti. che però sono sempre diversi perchè il venerdì mattina è come te lo immagini però quando scendi giù il sabato sera c’è solo gente che è uscita a divertirsi e ti guarda e non capisce. chi è che bighellona in un angolo, da solo, con l’aria tranquilla, che è quasi notte fonda? per capirsi è come se scendessi in pigiama. mi sento come in pigiama. e la gente che fa caso a me un pò mi guarda come uno in pigiama. che sono fuori ma non sono veramente uscito. sto sempre nella mia dimensione da appartemento e da pigrizia e da computer, anche se al momento sono su un marciapiede. e poi la sigaretta finisce sempre prima della canzone.